Sono passati sei mesi da quando il governo italiano ha annunciato i contenuti del decreto anticrisi con le misure urgenti per far ripartire l'economia... Ma tali contenuti sono rimasti solo sulla carta.
Per esempio, ci chiediamo come mai non siano stati nominati i 16 commissari per le 16 opere infrastrutturali...
Le famiglie italiane non sono preoccupate di Mills o di Noemi, nemmeno del divorzio in corso ma di arrivare a fine mese, di avere un lavoro, magari stabile.
lunedì 25 maggio 2009
giovedì 9 aprile 2009
sabato 14 marzo 2009
Il peso delle parole
Quanto peso date alle parole che dice la gente? Solitamente, credo, ognuno di noi da poco peso a ciò che letteralmente dice la gente. Cosa importante ascoltare, analizzare tutte le parole che dice il nostro interlocutore! Ciò che conta è “capire” ciò che il nostro interlocutore dice. Capire un po’ così, a grandi linee o anche pienamente, ma di certo non soffermandosi sullo specifico significato di ogni singola parola. Sarebbe un lavoro da pazzi.
Talvolta però, credo sarebbe interessante anche soffermarsi qualche attimo a riflettere proprio sulle singole parole. Non dico proprio tutte le parole che vengono pronunciate, ma intendo dire soffermarsi su quelle parole che potrebbero essere il segnale di un modo di pensare.
Parlare in astratto è sempre più complicato che parlare in concreto. Veniamo quindi al dunque!
Da qualche tempo a questa parte (qualche anno, e, col passare degli anni, sempre di più) ho notato che negli ambienti politici - di politica vera e propria o anche solo di critica politica, o di politica fatta da politicanti - si è cominciato a diffondere l’uso di una implicita, strana e nuova similitudine.
A dire la verità, la pulce nell’orecchio me l’hanno messa alcuni rivoluzionari francesi - ormai morti e sepolti, ma che ‘ci governano dalla tomba’ – e in particolare il loro Art.16 della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino – del 1789, ma sempre attuale! -, che diceva qualcosa come “Ogni società in cui la separazione dei poteri non è determinata, non ha costituzione”.
Molto probabilmente a molti è sfuggito, ma credo che a qualcuno non sia passata inosservata la pratica del confondere due piani - un tale francese, alcuni secoli or sono, li chiamava “poteri” – dello Stato: Esecutivo e Legislativo.
Mi riferisco alle espressioni che usano frequentemente i parlamentari appartenenti alla Maggioranza che sostiene il Governo in carica (non solo quello attuale, parlo delle ultime Legislature). Le espressioni (per me) incriminate sono: «Noi del Governo» o «Noi della Maggioranza», usate dai parlamentari (dai politici in generale) come due espressioni sinonimiche, di pari significato. Non so (voglio sperare che non) se lo fanno con malizia, o ingenuamente. Resta il fatto che operano una errata, perché sottintesa, parificazione semantica, la quale va, a mio avviso, a danno della democrazia.
Ultima conferma a questa mia idea mi è arrivata qualche sera fa, quando guardando in tv un dibattito politico, sono rimasto colpito da una precisa espressione usata disinvoltamente da uno degli ospiti della trasmissione. Proprio nell’istante in cui un deputato della Maggioranza pronunciò le parole «noi del Governo», il regista cambiò l’inquadratura. L’inquadratura fu galeotta! Seduti in poltrona c’erano il deputato della Maggioranza e, al suo fianco, un Ministro della Repubblica. Se non avessi visto chi stava parlando (o, comunque, non ne avessi riconosciuto la voce) avrei intuitivamente attribuito quella locuzione al Ministro della Repubblica. E invece quella locuzione era appena uscita dalla Onorevole bocca. In quell’istante ho trovato la conferma che stavo cercando.
Sono pronto a (e sarei onorato di) sentirmi dare del “Dottor Sottile”, ma credo che la questione, seppur, appunto, sottile, sia sostanziale. Sostanziale, consistente, perché illustrante la forma mentis dei politici d’oggi, perché chiarificatore del loro modo di vedere lo Stato e la democrazia.
Credo infatti che sia profondamente – lo ripeto, profondamente – sbagliato confondere il piano del Parlamento con il piano del Governo. Sono convinto che siano e debbano restare due piani distinti. Due piani che sappiano dialogare, che possano essere in accordo, che vogliano lavorare insieme per procedere più rapidamente e in uno clima di pax statale, certo. Ma pur sempre due piani distinti. Confondere i due piani vuol dire avere idee confuse sulla democrazia. O, quanto meno, idee confuse su come la democrazia deve operare (stando al disegno della Costituzione).
Dicendo infatti «noi del Governo», quando si è invece solo membro della Maggioranza, si dà per scontata una situazione che scontata non è e mai lo è stata.
Proviamo a percorrere nel giusto senso di marcia l’iter compiuto dal Parlamentare che ha pronunciato quell’espressione. Alle ultime Elezioni il Parlamentare è stato messo in lista (ecco già il filo scoperto che causa il cortocircuito!) dal Segretario – o dal capo, poco cambia – del suo Partito. Successivamente è stato eletto. Da ultimo è entrato in carica, e, da allora, si comporta da buon e fedele cagnolino, ben attento a non contraddire o mettere in dubbio gli ordini del suo Segretario, che, come ieri lo ha messo in lista, domani potrebbe “trombarlo” in 2 secondi. Il Parlamentare sarà quindi devoto, servile, consentimelo: suddito, del suo Segretario, e non avrà il benché minimo ritegno a mostrarlo in pubblico! E quindi, qualora il suo amato Segretario dovesse assumere incarichi governativi, beh, sicuramente, l’amato Segretario, godrà del pieno appoggio di colui che egli ha nominato al Parlamento! Ecco qui, quindi, il vulnus (uno solo dei molti, purtroppo) della nostra democrazia. Non esiste più un rapporto tra eletti ed elettori, tra rappresentanti e rappresentati, tra parlamentari e cittadini! Esiste esclusivamente, anzi, si è rafforzato, e per di più, univocamente, il legame tra Capo Partito e eletto-nominato-messo in lista. Sarebbe come credere di avere un pollice… non verde, verdissimo!, e quindi decidere di fare a meno di quelle sporche, ingombranti e ramificate radici. Farne a meno e quindi reciderle. Così. Dall’oggi al domani. E magari prima di Natale, ché si è tutti più buoni, a Natale.
E siamo (o, almeno, io sono, spero anche voi con me!) arrivati al punto: l’attuale legge elettorale porta i parlamentari stessi alla deriva democratica di confondere la Maggioranza (ossia, una parte del Parlamento) con il Governo, o, meglio, non (volere) coglierne la reale, sostanziale differenza.
Voglio dire che non necessariamente la Maggioranza e il Governo devo sempre e comunque fare sempre fronte unico contro l’Opposizione. Voglio dire che non è detto che la Maggioranza si metta sempre in prima linea a difendere l’operato del Governo e a sostenerlo. Voglio dire che non esiste – e non deve esistere – l’obbligo della Maggioranza di appoggiare sempre e indistintamente, in tutto e per tutto il Governo, anzi, la Maggioranza dovrebbe essere il primo soggetto politico a dialogare, a riflettere, a concertare con il Governo, per fare in modo che le proposte da esso avanzate possano trovare il maggior consenso possibile nell’arco parlamentare.
Il Parlamento e il Governo sono due parti fondamentali ma distinte del nostro Ordinamento Statale. Tra loro vi è un rapporto strettissimo, ma costituiscono due entità separate. In parole povere, non sono la stessa cosa. Il modus operandi delle diverse Maggioranze delle ultime Legislature ha fatto invece passare l’idea opposta. Confondere Maggioranza con Governo vuol dire sovrapporre due piani che sono invece costituzionalmente distinti. Così facendo, o, meglio, così confondendosi, si potrebbe quindi arrivare a travisare la nostra Costituzione.
Nel criticato, osteggiato, vituperato, non rimpianto (da molti, non da tutti) periodo di tempo che va dal 1945 al 1992, giornalisticamente detto Prima Repubblica, l’assioma - costituzionalmente sancito - era, strano a dirsi, la norma costituzionale: ‘il Governo deve godere della fiducia di entrambe le Camere’. Ciò vuol dire che il Governo, in un certo senso, dipende dalle Camere e dai loro membri, i Deputati e i Senatori. Nel momento in cui quel Governo perde la fiducia, anche solo di una delle due Camere, quel Governo sarà costretto a dimettersi. Senza voler percorrere la nostra storia costituzionale, è utile ricordare che si arrivò a questa soluzione anche per limitare il potere del Governo, ovvero del Presidente del Consiglio dei Ministri. Per limitare cioè il rischio di avere un eccessivo potere accentrato in una sola persona. Si preferì quindi che il Parlamento controllasse il Governo, optando per una soluzione che legasse a doppio filo il Governo al Parlamento. Questo non vuol dire che il Governo è sotto il giogo del Parlamento, ma vuol certo dire che il primo non può concedersi delle libertà giudicate eccessive dal secondo, il quale, contrariamente al primo, è un organo democraticamente legittimato.
Conosco un pochettino la nostra breve, ma intensa, storia istituzionale e so bene che spesso i Governi della Prima Repubblica avevano una vita di poco superiore ad un Anno Accademico, ma ciò era coerente con il dettato costituzionale. L’Art.67 della Costituzione parla di “divieto di mandato imperativo” per i parlamentari. In parole povere: il parlamentare può fare quel che vuole in Parlamento. Può decidere di approvare l’operato del Governo o può decidere di osteggiarlo, sia che il Governo sia espressione del suo stesso Partito o meno. Egli ne ha il costituzionale – e, quindi, sacrosanto – diritto. Certo, questo ha portato anche a pratiche popolarmente poco apprezzate, come quella dei “governi balneari” o dei “franchi tiratori”. Forse non erano operazioni… politically correct. Ma ‘è la politica, baby!’ Il Parlamentare è libero dal suo Partito e opera scelte come individuo a se stante.
E, invece, evidentemente, a chi ha riscritto la legge elettorale, la democrazia, così com’era, piaceva poco. Basta con il rischio di essere impallinati dai colleghi di banco. Basta con gli accordi sottobanco. Basta coi giochi di corrente. E’ giunto il momento della certezza della stabilità del Governo. E così il tanto vituperato “centralismo democratico” è passato dall’essere la ‘vergognosa condotta dei compagni’, all’essere la quotidiana abitudine politica.
Lo so, lo so! Nella Prima Repubblica i Governi crollavano come castelli di carta ad ogni accenno di... corrente. Ma ciò stava a significare che una parte della Maggioranza che ‘si fidava’ del Governo nutriva qualche dubbio! Il divieto di mandato imperativo ha anche permesso di arrivare talvolta all’immobilismo politico, alla ‘instabilità nella stabilità’. Comunque fosse, la democrazia. Verrebbe da dire ‘dura democrazia, sed democrazia’. Il Partito di Governo poteva avere serie difficoltà, ma ciò era sintomo delle ovvie diversità di pensiero che possono coesistere in un universo di anime. Non si poteva essere sudditi di un’idea che non era la propria.
Da molti, questa mia riflessione, verrà sbrigativamente liquidata come una questione di lana caprina o da "Dottor Sottile". Ma per chi, come me, crede che la forma sia sostanza, beh, la questione non è poi così banale.
Confondere Maggioranza con Governo vuol dire sovrapporre due piani, due ordini, due poteri costituzionalmente distinti. E se sono stati distinti dai nostri Padri Costituenti qualche buon motivo ci sarà pur stato, cosa ne dite??
Talvolta però, credo sarebbe interessante anche soffermarsi qualche attimo a riflettere proprio sulle singole parole. Non dico proprio tutte le parole che vengono pronunciate, ma intendo dire soffermarsi su quelle parole che potrebbero essere il segnale di un modo di pensare.
Parlare in astratto è sempre più complicato che parlare in concreto. Veniamo quindi al dunque!
Da qualche tempo a questa parte (qualche anno, e, col passare degli anni, sempre di più) ho notato che negli ambienti politici - di politica vera e propria o anche solo di critica politica, o di politica fatta da politicanti - si è cominciato a diffondere l’uso di una implicita, strana e nuova similitudine.
A dire la verità, la pulce nell’orecchio me l’hanno messa alcuni rivoluzionari francesi - ormai morti e sepolti, ma che ‘ci governano dalla tomba’ – e in particolare il loro Art.16 della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino – del 1789, ma sempre attuale! -, che diceva qualcosa come “Ogni società in cui la separazione dei poteri non è determinata, non ha costituzione”.
Molto probabilmente a molti è sfuggito, ma credo che a qualcuno non sia passata inosservata la pratica del confondere due piani - un tale francese, alcuni secoli or sono, li chiamava “poteri” – dello Stato: Esecutivo e Legislativo.
Mi riferisco alle espressioni che usano frequentemente i parlamentari appartenenti alla Maggioranza che sostiene il Governo in carica (non solo quello attuale, parlo delle ultime Legislature). Le espressioni (per me) incriminate sono: «Noi del Governo» o «Noi della Maggioranza», usate dai parlamentari (dai politici in generale) come due espressioni sinonimiche, di pari significato. Non so (voglio sperare che non) se lo fanno con malizia, o ingenuamente. Resta il fatto che operano una errata, perché sottintesa, parificazione semantica, la quale va, a mio avviso, a danno della democrazia.
Ultima conferma a questa mia idea mi è arrivata qualche sera fa, quando guardando in tv un dibattito politico, sono rimasto colpito da una precisa espressione usata disinvoltamente da uno degli ospiti della trasmissione. Proprio nell’istante in cui un deputato della Maggioranza pronunciò le parole «noi del Governo», il regista cambiò l’inquadratura. L’inquadratura fu galeotta! Seduti in poltrona c’erano il deputato della Maggioranza e, al suo fianco, un Ministro della Repubblica. Se non avessi visto chi stava parlando (o, comunque, non ne avessi riconosciuto la voce) avrei intuitivamente attribuito quella locuzione al Ministro della Repubblica. E invece quella locuzione era appena uscita dalla Onorevole bocca. In quell’istante ho trovato la conferma che stavo cercando.
Sono pronto a (e sarei onorato di) sentirmi dare del “Dottor Sottile”, ma credo che la questione, seppur, appunto, sottile, sia sostanziale. Sostanziale, consistente, perché illustrante la forma mentis dei politici d’oggi, perché chiarificatore del loro modo di vedere lo Stato e la democrazia.
Credo infatti che sia profondamente – lo ripeto, profondamente – sbagliato confondere il piano del Parlamento con il piano del Governo. Sono convinto che siano e debbano restare due piani distinti. Due piani che sappiano dialogare, che possano essere in accordo, che vogliano lavorare insieme per procedere più rapidamente e in uno clima di pax statale, certo. Ma pur sempre due piani distinti. Confondere i due piani vuol dire avere idee confuse sulla democrazia. O, quanto meno, idee confuse su come la democrazia deve operare (stando al disegno della Costituzione).
Dicendo infatti «noi del Governo», quando si è invece solo membro della Maggioranza, si dà per scontata una situazione che scontata non è e mai lo è stata.
Proviamo a percorrere nel giusto senso di marcia l’iter compiuto dal Parlamentare che ha pronunciato quell’espressione. Alle ultime Elezioni il Parlamentare è stato messo in lista (ecco già il filo scoperto che causa il cortocircuito!) dal Segretario – o dal capo, poco cambia – del suo Partito. Successivamente è stato eletto. Da ultimo è entrato in carica, e, da allora, si comporta da buon e fedele cagnolino, ben attento a non contraddire o mettere in dubbio gli ordini del suo Segretario, che, come ieri lo ha messo in lista, domani potrebbe “trombarlo” in 2 secondi. Il Parlamentare sarà quindi devoto, servile, consentimelo: suddito, del suo Segretario, e non avrà il benché minimo ritegno a mostrarlo in pubblico! E quindi, qualora il suo amato Segretario dovesse assumere incarichi governativi, beh, sicuramente, l’amato Segretario, godrà del pieno appoggio di colui che egli ha nominato al Parlamento! Ecco qui, quindi, il vulnus (uno solo dei molti, purtroppo) della nostra democrazia. Non esiste più un rapporto tra eletti ed elettori, tra rappresentanti e rappresentati, tra parlamentari e cittadini! Esiste esclusivamente, anzi, si è rafforzato, e per di più, univocamente, il legame tra Capo Partito e eletto-nominato-messo in lista. Sarebbe come credere di avere un pollice… non verde, verdissimo!, e quindi decidere di fare a meno di quelle sporche, ingombranti e ramificate radici. Farne a meno e quindi reciderle. Così. Dall’oggi al domani. E magari prima di Natale, ché si è tutti più buoni, a Natale.
E siamo (o, almeno, io sono, spero anche voi con me!) arrivati al punto: l’attuale legge elettorale porta i parlamentari stessi alla deriva democratica di confondere la Maggioranza (ossia, una parte del Parlamento) con il Governo, o, meglio, non (volere) coglierne la reale, sostanziale differenza.
Voglio dire che non necessariamente la Maggioranza e il Governo devo sempre e comunque fare sempre fronte unico contro l’Opposizione. Voglio dire che non è detto che la Maggioranza si metta sempre in prima linea a difendere l’operato del Governo e a sostenerlo. Voglio dire che non esiste – e non deve esistere – l’obbligo della Maggioranza di appoggiare sempre e indistintamente, in tutto e per tutto il Governo, anzi, la Maggioranza dovrebbe essere il primo soggetto politico a dialogare, a riflettere, a concertare con il Governo, per fare in modo che le proposte da esso avanzate possano trovare il maggior consenso possibile nell’arco parlamentare.
Il Parlamento e il Governo sono due parti fondamentali ma distinte del nostro Ordinamento Statale. Tra loro vi è un rapporto strettissimo, ma costituiscono due entità separate. In parole povere, non sono la stessa cosa. Il modus operandi delle diverse Maggioranze delle ultime Legislature ha fatto invece passare l’idea opposta. Confondere Maggioranza con Governo vuol dire sovrapporre due piani che sono invece costituzionalmente distinti. Così facendo, o, meglio, così confondendosi, si potrebbe quindi arrivare a travisare la nostra Costituzione.
Nel criticato, osteggiato, vituperato, non rimpianto (da molti, non da tutti) periodo di tempo che va dal 1945 al 1992, giornalisticamente detto Prima Repubblica, l’assioma - costituzionalmente sancito - era, strano a dirsi, la norma costituzionale: ‘il Governo deve godere della fiducia di entrambe le Camere’. Ciò vuol dire che il Governo, in un certo senso, dipende dalle Camere e dai loro membri, i Deputati e i Senatori. Nel momento in cui quel Governo perde la fiducia, anche solo di una delle due Camere, quel Governo sarà costretto a dimettersi. Senza voler percorrere la nostra storia costituzionale, è utile ricordare che si arrivò a questa soluzione anche per limitare il potere del Governo, ovvero del Presidente del Consiglio dei Ministri. Per limitare cioè il rischio di avere un eccessivo potere accentrato in una sola persona. Si preferì quindi che il Parlamento controllasse il Governo, optando per una soluzione che legasse a doppio filo il Governo al Parlamento. Questo non vuol dire che il Governo è sotto il giogo del Parlamento, ma vuol certo dire che il primo non può concedersi delle libertà giudicate eccessive dal secondo, il quale, contrariamente al primo, è un organo democraticamente legittimato.
Conosco un pochettino la nostra breve, ma intensa, storia istituzionale e so bene che spesso i Governi della Prima Repubblica avevano una vita di poco superiore ad un Anno Accademico, ma ciò era coerente con il dettato costituzionale. L’Art.67 della Costituzione parla di “divieto di mandato imperativo” per i parlamentari. In parole povere: il parlamentare può fare quel che vuole in Parlamento. Può decidere di approvare l’operato del Governo o può decidere di osteggiarlo, sia che il Governo sia espressione del suo stesso Partito o meno. Egli ne ha il costituzionale – e, quindi, sacrosanto – diritto. Certo, questo ha portato anche a pratiche popolarmente poco apprezzate, come quella dei “governi balneari” o dei “franchi tiratori”. Forse non erano operazioni… politically correct. Ma ‘è la politica, baby!’ Il Parlamentare è libero dal suo Partito e opera scelte come individuo a se stante.
E, invece, evidentemente, a chi ha riscritto la legge elettorale, la democrazia, così com’era, piaceva poco. Basta con il rischio di essere impallinati dai colleghi di banco. Basta con gli accordi sottobanco. Basta coi giochi di corrente. E’ giunto il momento della certezza della stabilità del Governo. E così il tanto vituperato “centralismo democratico” è passato dall’essere la ‘vergognosa condotta dei compagni’, all’essere la quotidiana abitudine politica.
Lo so, lo so! Nella Prima Repubblica i Governi crollavano come castelli di carta ad ogni accenno di... corrente. Ma ciò stava a significare che una parte della Maggioranza che ‘si fidava’ del Governo nutriva qualche dubbio! Il divieto di mandato imperativo ha anche permesso di arrivare talvolta all’immobilismo politico, alla ‘instabilità nella stabilità’. Comunque fosse, la democrazia. Verrebbe da dire ‘dura democrazia, sed democrazia’. Il Partito di Governo poteva avere serie difficoltà, ma ciò era sintomo delle ovvie diversità di pensiero che possono coesistere in un universo di anime. Non si poteva essere sudditi di un’idea che non era la propria.
Da molti, questa mia riflessione, verrà sbrigativamente liquidata come una questione di lana caprina o da "Dottor Sottile". Ma per chi, come me, crede che la forma sia sostanza, beh, la questione non è poi così banale.
Confondere Maggioranza con Governo vuol dire sovrapporre due piani, due ordini, due poteri costituzionalmente distinti. E se sono stati distinti dai nostri Padri Costituenti qualche buon motivo ci sarà pur stato, cosa ne dite??
mercoledì 4 marzo 2009
"Io ho un sogno"

Resoconto del primo congresso provinciale dei giovani UDC di Verona.
“Io ho un sogno: i giovani al centro della politica”: questo lo slogan del primo congresso provinciale dei giovani democristiani svoltosi sabato 28 febbraio in una no-stop di 10 ore (i lavori sono inziati alle 9.30 della mattina e si sono conclusi alle 19.00) che ha visto eletto alla carica di segretario provinciale Riccardo Dal Molin, 24 anni, laureando in architettura all’Università di Venezia.“La frase di Antonie de Sainte De-Exupery che abbiamo messo sui manifesti racchiude tutto: prima di costruire una nave si deve conoscere la nostalgia del mare ampio e infinito: così abbiamo fatto noi con l’aiuto del mondo cattolico e degli altri movimenti giovanili veronesi” precisa Riccardo Dal Molin, neosegretario provinciale dei giovani UDC di Verona.“Non c’è laicità senza fede” era il titolo della prima parte del congresso, dalle 9.30 alle 13.00, aperta con il saluto dell’On. Riccardo Ceni e conclusasi con le parole dell’Ass. Provinciale Lucio Campedelli, si è svolta la prima convocazione del Mondo Cattolico e delle Realtà Ecclesiali presenti sul territorio veronese: testimonianze forti, spunti e riflessioni sulla figura del un cristiano e la sua missione per tutto quello che riguarda la sfera sociale e politica.“E’ stato per noi un momento importante di crescita e formazione” spiega Andrea Pernigotti, responsabile della Convocazione del Mondo Cattolico “un contributo che tutti noi vogliamo accogliere e trasformare in azione e occasione di Bene per tutti”.Con l’intervento dell’On. Iles Braghetto, europarlamentare del PPE e capogruppo UDC al Parlamento Europeo, si è aperta la seconda parte del congresso, “Protagonisti di una politica che cresce” (dalle 14.30 alle 17.00) che ha visto l’intervento dei movimenti giovanili provinciali (Forza Italia, Alleanza Nazionale, Lega Nord, Partito Democratico, Lista Tosi, Italia dei Valori, Gioventù Federalista Europea) che hanno testimoniato le proprie esperienze, approvato un documento comune e istituito un tavolo permanente dei movimenti giovanili provinciali. Un plauso è arrivato dell’Assessore Regionale Stefano Valdegamberi, che nel suo intervento di chiusura ha dichiarato la sua stima per la grande capacità di dialogo e di confronto sereno che i giovani di tutti i partiti veronesi hanno dimostrato. “E’ stato bello vedere uniti per la prima volta tutti i movimenti giovanili attorno ad un tavolo: qui è iniziato un dialogo” spiega Stefano Costanzo, membro del Consiglio Nazionale dell’UDC, responsabile della Convocazione dei Movimenti Giovanili, “un dialogo che è rispettoso di tutte le sensibilità ma anche costruttivo per cercare di dare una risposta decisa ai problemi, condivisi da tutti, che il mondo giovanile veronese sta vivendo: di qui la proposta di un tavolo permanente che lanceremo tutti assieme nelle prossime settimane con una conferenza stampa congiunta, accompagnato da un documento unitario, scritto e condiviso assieme.”“Liberi e forti”, la terza parte del congresso, presieduta da Silvia Freoni, ha visto eleggere il primo comitato provinciale e il segretario.“Ringrazio i giovani, liberi e forti, che hanno scelto di credere ed impegnare in un progetto politico, quello dell’UDC, che racchiude quei valori che la cultura democratico cristiana da sempre ha nel suo DNA.” spiega Riccardo Dal Molin “sono stato colpito dall’affetto delle associazioni cattoliche intervenute e spero non ci abbandoneranno nel nostro percorso di crescita e di tensione verso il bene comune. Mi è piaciuto anche condividere un progetto con i giovani degli altri partiti: Verona ha proprio bisogno di un segnale forte e ma soprattutto che questo segnale provenga dal mondo giovanile, spesso alla cronaca per avvenimenti molto negativi. I giovani in gamba ci sono. Nei prossimi mesi ci impegneremo a fondo per mettere a frutto i grandi risultati di questo primo congresso” conclude Dal Molin.
“Io ho un sogno: i giovani al centro della politica”: questo lo slogan del primo congresso provinciale dei giovani democristiani svoltosi sabato 28 febbraio in una no-stop di 10 ore (i lavori sono inziati alle 9.30 della mattina e si sono conclusi alle 19.00) che ha visto eletto alla carica di segretario provinciale Riccardo Dal Molin, 24 anni, laureando in architettura all’Università di Venezia.“La frase di Antonie de Sainte De-Exupery che abbiamo messo sui manifesti racchiude tutto: prima di costruire una nave si deve conoscere la nostalgia del mare ampio e infinito: così abbiamo fatto noi con l’aiuto del mondo cattolico e degli altri movimenti giovanili veronesi” precisa Riccardo Dal Molin, neosegretario provinciale dei giovani UDC di Verona.“Non c’è laicità senza fede” era il titolo della prima parte del congresso, dalle 9.30 alle 13.00, aperta con il saluto dell’On. Riccardo Ceni e conclusasi con le parole dell’Ass. Provinciale Lucio Campedelli, si è svolta la prima convocazione del Mondo Cattolico e delle Realtà Ecclesiali presenti sul territorio veronese: testimonianze forti, spunti e riflessioni sulla figura del un cristiano e la sua missione per tutto quello che riguarda la sfera sociale e politica.“E’ stato per noi un momento importante di crescita e formazione” spiega Andrea Pernigotti, responsabile della Convocazione del Mondo Cattolico “un contributo che tutti noi vogliamo accogliere e trasformare in azione e occasione di Bene per tutti”.Con l’intervento dell’On. Iles Braghetto, europarlamentare del PPE e capogruppo UDC al Parlamento Europeo, si è aperta la seconda parte del congresso, “Protagonisti di una politica che cresce” (dalle 14.30 alle 17.00) che ha visto l’intervento dei movimenti giovanili provinciali (Forza Italia, Alleanza Nazionale, Lega Nord, Partito Democratico, Lista Tosi, Italia dei Valori, Gioventù Federalista Europea) che hanno testimoniato le proprie esperienze, approvato un documento comune e istituito un tavolo permanente dei movimenti giovanili provinciali. Un plauso è arrivato dell’Assessore Regionale Stefano Valdegamberi, che nel suo intervento di chiusura ha dichiarato la sua stima per la grande capacità di dialogo e di confronto sereno che i giovani di tutti i partiti veronesi hanno dimostrato. “E’ stato bello vedere uniti per la prima volta tutti i movimenti giovanili attorno ad un tavolo: qui è iniziato un dialogo” spiega Stefano Costanzo, membro del Consiglio Nazionale dell’UDC, responsabile della Convocazione dei Movimenti Giovanili, “un dialogo che è rispettoso di tutte le sensibilità ma anche costruttivo per cercare di dare una risposta decisa ai problemi, condivisi da tutti, che il mondo giovanile veronese sta vivendo: di qui la proposta di un tavolo permanente che lanceremo tutti assieme nelle prossime settimane con una conferenza stampa congiunta, accompagnato da un documento unitario, scritto e condiviso assieme.”“Liberi e forti”, la terza parte del congresso, presieduta da Silvia Freoni, ha visto eleggere il primo comitato provinciale e il segretario.“Ringrazio i giovani, liberi e forti, che hanno scelto di credere ed impegnare in un progetto politico, quello dell’UDC, che racchiude quei valori che la cultura democratico cristiana da sempre ha nel suo DNA.” spiega Riccardo Dal Molin “sono stato colpito dall’affetto delle associazioni cattoliche intervenute e spero non ci abbandoneranno nel nostro percorso di crescita e di tensione verso il bene comune. Mi è piaciuto anche condividere un progetto con i giovani degli altri partiti: Verona ha proprio bisogno di un segnale forte e ma soprattutto che questo segnale provenga dal mondo giovanile, spesso alla cronaca per avvenimenti molto negativi. I giovani in gamba ci sono. Nei prossimi mesi ci impegneremo a fondo per mettere a frutto i grandi risultati di questo primo congresso” conclude Dal Molin.
martedì 3 febbraio 2009
ELUANA: ASS. GIOVANNI XXIII, DOMANI PELLEGRINAGGIO ALLA CLINICA
(ASCA) - Roma, 3 feb - Un ''accorato appello'': a rivolgerlo e' l'Associazione ''Comunita' Papa Giovanni XXIII'' mentre la ''passione'' di Eluana Englaro ''sembra volgere al termine''.''Il dramma finale pero' non si e' ancora concluso'' si legge in una nota del responsabile Paolo Ramonda, per questo l'associazione chiede a tutti ''preghiere perche' siano illuminate le menti di coloro che vogliono spegnere la vita di Eluana a tutti i costi'' e invita ad usare ''tutti i mezzi di comunicazione, oggi tecnologicamente possibili, per esprimere profondo dissenso da questo gesto''.L'Associazione ha promosso per domani pomeriggio un pellegrinaggio dinanzi alla clinica ''La Quiete'' ''per dimostrare con la presenza fisica sino in fondo il diritto di Eluana a vivere, diritto peraltro mai negato dalla scienza medica, ma sostenuto purtroppo da sentenze inappellabili''.Di qui la richiesta di partecipazione ''a quanti ne avranno la possibilita'''.''Non piangiamo solo per Eluana ma per le tante ''eluane' che potrebbero fare la stessa fine perche' questo evento non sara' senza epocali conseguenze'' conclude la nota riferendosi al diritto all'eutanasia ''non sancito da alcuna legge ma che per qualche inconcepibile iter potrebbe avere una sua attuazione come sta accadendo per la sentenza di morte di Eluana''.
martedì 6 gennaio 2009
Gaza/ Braghetto (Udc): Pace è possibile, ma non nasce dalle armi
postato 3 ore fa da APCOM
Bruxelles, 6 gen. (Apcom) - Il conflitto fra l'esercito israeliano e i miliziani di Hamas a Gaza è tanto più grave in quanto la convivenza fra le diverse comunità in Terra Santa è possibile e, in alcuni casi, già praticata, e Israele deve capire che la pace non può nascere dalle armi. Lo afferma, in un comunicato stampa diffuso oggi a Bruxelles, l'europarlamentare dell'Udc/Ppe Iles Braghetto, partendo dall'esperienza personale del pellegrinaggio che sta compiendo in Terra Santa assieme ad una folta delegazione proveniente da Padova, la sua città.
"Nella terra di Israele e di Palestina abbiamo incontrato, esperienze di convivenza possibile tra persone di religioni e nazionalità differenti. E' la dimostrazione che la speranza di realizzare condizioni di vita diverse nella Terra di Gesù Cristo non è un'utopia, ma una realtà verificabile", osserva Braghetto.
Secondo l'europarlamentare dell'Udc, la responsabilità del conflitto è di "chi rifiuta ideologicamente la possibilità di rendere praticabile" questa "convivenza possibile": Hamas che con la sua azione terroristica "non riconosce possibilità di esistenza allo stato di Israele", ha "una colpa oggettiva"; ma anche Israele, che "deve tenere presente che una pace duratura non può nascere dalle armi". Perché, avverte, "solo un negoziato serio e responsabile fra uomini di buona volontà può mettere fine al conflitto e portare ad una situazione di stabilità". Ad Israele, oggi "è richiesta questa maturità di giudizio e di azione", conclude Braghetto.
Bruxelles, 6 gen. (Apcom) - Il conflitto fra l'esercito israeliano e i miliziani di Hamas a Gaza è tanto più grave in quanto la convivenza fra le diverse comunità in Terra Santa è possibile e, in alcuni casi, già praticata, e Israele deve capire che la pace non può nascere dalle armi. Lo afferma, in un comunicato stampa diffuso oggi a Bruxelles, l'europarlamentare dell'Udc/Ppe Iles Braghetto, partendo dall'esperienza personale del pellegrinaggio che sta compiendo in Terra Santa assieme ad una folta delegazione proveniente da Padova, la sua città.
"Nella terra di Israele e di Palestina abbiamo incontrato, esperienze di convivenza possibile tra persone di religioni e nazionalità differenti. E' la dimostrazione che la speranza di realizzare condizioni di vita diverse nella Terra di Gesù Cristo non è un'utopia, ma una realtà verificabile", osserva Braghetto.
Secondo l'europarlamentare dell'Udc, la responsabilità del conflitto è di "chi rifiuta ideologicamente la possibilità di rendere praticabile" questa "convivenza possibile": Hamas che con la sua azione terroristica "non riconosce possibilità di esistenza allo stato di Israele", ha "una colpa oggettiva"; ma anche Israele, che "deve tenere presente che una pace duratura non può nascere dalle armi". Perché, avverte, "solo un negoziato serio e responsabile fra uomini di buona volontà può mettere fine al conflitto e portare ad una situazione di stabilità". Ad Israele, oggi "è richiesta questa maturità di giudizio e di azione", conclude Braghetto.
sabato 27 dicembre 2008
Questa notte ho fatto un sogno
Per il 2009 noi giovani democratici cristiani cosa sognamo?
Sicuramente un'UDC diversa. Non svuotata dal suo essere democratico cristiana per abbracciare una non meglio precisata geografia politica centrista.
Sicuramente un'UDC più coerente con i propri valori: basta proclami, basta belle parole. Vogliamo esponenti che si rifacciano all'umiltà cristiana, alla solidarietà cristiana, all'onesta cristiana. Vogliamo esponenti che guardino più a De Gasperi, a don Luigi Sturzo, a Giorgio La Pira. Un po' meno a Silvio Berlusconi e ai poteri forti.
Sicuramente un'UDC con un movimento giovanile più forte: partendo dal celebrare i congressi e smettendo di nominari commissari.
Sicuramente un'UDC che dialoghi sul territorio, che per noi vuol dire più sezioni (e quindi più fondi alla periferia del partito e meno alla Segreteria di Roma), più sedi, più gente che si impegna.
Sicuramente un'UDC diversa. Non svuotata dal suo essere democratico cristiana per abbracciare una non meglio precisata geografia politica centrista.
Sicuramente un'UDC più coerente con i propri valori: basta proclami, basta belle parole. Vogliamo esponenti che si rifacciano all'umiltà cristiana, alla solidarietà cristiana, all'onesta cristiana. Vogliamo esponenti che guardino più a De Gasperi, a don Luigi Sturzo, a Giorgio La Pira. Un po' meno a Silvio Berlusconi e ai poteri forti.
Sicuramente un'UDC con un movimento giovanile più forte: partendo dal celebrare i congressi e smettendo di nominari commissari.
Sicuramente un'UDC che dialoghi sul territorio, che per noi vuol dire più sezioni (e quindi più fondi alla periferia del partito e meno alla Segreteria di Roma), più sedi, più gente che si impegna.
Sicuramente un'UDC con uno Scudocrociato più grande e un CASINI più piccolo: che vuol dire meno leaderismo, che vuol dire più democrazia e cioè esponenti di partito, locale e nazionale, eletti nelle assemblee vere, magari con delle primarie o dei vecchi ma autentici congressi: a livello comunale, provinciale, regionale e anche nazionale (qui l'appello è rivolto a Casini). Che vuol dire un'impegno onesto e concreto, spoglio di prepotenza e ricco di quel solidarismo di popolo che ci insegnò Alcide De Gasperi negli anni '50 e che fece della nostra Italia un paese migliore.
Buon Anno allora. A tutti quelli che si affidano alla Speranza e che proseguono il loro impegno per il Bene comune nonostante il mondo remi da un'altra parte, nonostante tutto sembri andare nel verso opposto. E nonostante questo, i giovani democratici e cristiani, liberi e forti ci saranno anche nel 2009.
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