Beppe Severgnini oggi dalle colonne di Sette definisce “improponibile” il progetto di una Destra delle regole, perché in Italia se si vuole essere de destra lo si deve essere alla maniera della Lega: muscolosi, battaglieri e intransigenti. E non moderati, aperti, riflessivi. Quindi Fini farebbe meglio a rivedere la sua posizione e a dare un assetto definitivo al proprio riposizionamento politico: perché dopo la sua svolta a “sinistra” (se così la si vuole definire) l'area del Pdl non è proprio più casa sua. Dura risposta da parte di Filippo Rossi che nel suo corsivo quotidiano su FareFuturo invita il giornalista del Corsera a indirizzare il proprio “pessimismo” altrove: “l'Italia merita di cambiare e diventare un paese normale”. Rossi cita anche lo storico Giovanni Tassani e immagina una destra “libertaria e non autoritaria, riformista e non conservatrice, democratica, non populista, non gerarchica, non totalitaria, non antimoderna, non patriottarda, non razzista e non classista”. Un bell’affresco, non c’è che dire. Ma non vi pare che questa Destra assuma dei caratteri che l’avvicinano di più a un’idea centrista della politica? Qualche tempo fa proprio sul Secolo d'Italia, Agostino Carrino, scrivevache se i grandi partiti vogliono tornare a vincere devono essere in grado di recuperare voti al Centro. Non quello partitico, però, ma quello ideale, punto di sintesi costruttiva tra le idee conservatrice e quelle progressiste: un elettore di Centro moderno è definibile come un “progressive conservative”, un conservatore progressista. Basta dare un’occhiata al panorama politico mondiale: in Europa tutte le Destre sono tornate a vincere solo dopo aver virato con decisione al Centro, in modo da poter competere in modo più diretto con i partiti riformisti e socialdemocratici. Già il grande filosofo cattolico Augusto Del Noce distingueva due modi di fare Centro: da una parte, il compromesso, la prassi che prende il posto dei principi e degli ideali, un partito senza filosofia e senza religione come punto d’incontro neutro generato dall’affievolirsi di due spiriti. Una aggregazione senza grandi passioni che promette un benessere tranquillo e persuade al sonno e che vive prevalentemente sull’inadeguatezza degli altri partiti. Insomma, la “palude” della Rivoluzione Francese. Dall’altra, il “Centro” inteso come luogo della restaurazione dei principi che non punta alla dissociazione di teoria e pratica, bensì all’apertura del nuovo orizzonte dell’eternità dei valori della persona per un nuovo umanesimo politico; che diventa nella visione di Del Noce addirittura unafedeltà creatrice. Certo, il Centro finiano sarebbe diverso da quello incarnato dall’Udc: sarebbe più laico, più liberale, più progressista. Ma sarebbe un’agente destinato ad interloquire con il progetto da noi portato avanti e diventerebbe parte integrante del sogno di una Kadima italiana. Anch’io, come molti, specie tra gli elettori cattolici, ho dei seri dubbi su come si possano far convivere le divergenze in materia etica: ma se oggi vogliamo costruire un partito nuovo davvero dobbiamo essere disposti a superare le differenze e a valorizzare le nostre visioni comuni. Ilcentrismo di oggi dunque si presenta in tempi e modalità diverse da quello che abbiamo conosciuto finora, ma ha una continuità di ispirazione ideale che fa sì che la componente storica del popolarismo e del cattolicesimo democratico possa confluire una prospettiva più ampia: parlare oggi, dunque, di centrismo significa confrontarsi con le grandi novità dell’integrazione europea, della globalizzazione e di una sintesi possibile tra economia sociale e mercato mondiale liberale. Servono molti passi in avanti per giungere a questo punto. Sia Fini che Casini ne hanno compiuti già una buona parte: con l’apporto di Rutelli e di esponenti della società civile come Montezemolo, forse si può riuscire a creare qualcosa che paradossalmente riesca ad andare addirittura oltre il “Centro” stesso, superando definitivamente le terribili e intoccabili categorie politiche del Novecento, come ha auspicato lo stesso presidente Casini in un’intervista sul Messaggero. Un passo del genere riuscirebbe a superare anche il malconcio e fallimentare bipolarismo bloccato e potrebbe donare all’Italia un partito di governo forte, duraturo, europeo, moderno. Il futuro del nostro Paese passa per una Destra capace di convergere al Centro. Non ci resta che aspettare.
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domenica 13 dicembre 2009
La Destra oltre il Centro
Il posto dei cattolici
Siamo sempre più scomodi noi cattolici. In realtà lo siamo molto nei due grandi partiti dello schieramento politico italiano: nel Pdl siamo visti come utili e interessanti suppellettili, mentre nel Pd ormai c'è un diffuso senso di insofferenza nei nostri confronti. Fortuna che esiste l'Udc. O almeno così scrive stamattina Massimo Franco sul Corsera, e gli fanno eco tutte le tensioni di questi giorni: Dorina Bianchi è uscita dal Partito Democratico per aderire (o meglio tornare) nell'Unione di Centro e con ogni probabilità sarà seguita a ruota da molti altri scontenti, in primis il gruppo dei Teodem e l'ex rutelliano Renzo Lusetti, che potrebbero formalizzare il proprio passaggio già nei prossimi giorni. Enzo Carra, deputato teodem con una lunga storia nella Dc prima e nella Margherita poi, ha aperto, ad esempio, sul proprio blog unacorrispondenza con il presidente della Costituente di Centro Savino Pezzotta, circa la necessità di ripensare la formula dell'impegno politico dei cattolici italiani: è giusto rimanere divisi tra tutti gli schieramenti o è meglio ritrovarsi in un grande partito di centro di ispirazione cristiana? L'idea del nostro presidente èchiara e sembra che anche Carra vi converga: "la nostra buona volontà è stata confusa con acquiescenza a una linea sempre più neolaicista". Anche sul versante del Centrodestra la situazione non è delle migliori: i cattoberluscones sono sempre più in sofferenza, specie a causa dell'affaire Boffo, rivelatosi tutto una montatura colossale, e per le continue sparate leghiste, ultima quella diretta al cardinale Tettamanzi. La reazione del mondo cattolico non si è fatta attendere: l'Avvenire (che con il nuovo direttore Tarquini ha assunto una linea più nettamente antiberlusconiana) ha parlato di "battaglia para-religiosa e di slogan indegni senza verità" e Gian Maria Vian si è detto preoccupato e ha ricordato che così "il messaggio cattolico è a rischio". Ma qual è, allora, il posto dei cattolici in politica? Con la fine della Democrazia Cristiana, il ruinismo era riuscito a trovare una risposta soddisfacente a quel momento di crisi, ma ora è sotto gli occhi di tutti che la strada della divisione ha portato solo alla debolezza e all'insignificanza dei cattolici. Ecco perché bisogna proporre una nuova formula per i cristiano democratici: non più dell'unità assoluta, ma neanche della frammentazione controproducente. Riproporre una formula, quindi, che si ricolleghi al progetto del primo Partito Popolare sturziano: serve un nuovo Appello ai liberi e forti. Non un partito cattolico, ma di cattolici, che riesca ad accogliere anche i laici più ragionevoli e che possa rappresentare al meglio le tendenze liberali e moderate del panorama politico cattolico. E' questa la vera sfida della pluralità e della molteplicità, non quella portata avanti dal Pd, di cui ci parla Franco Monaco su l'Unità di oggi. Forse lo era nelle intenzione, ma non certo nell'attuazione. Come si può parlare di posizione prevalente e libertà di coscienza e poi minacciare l'espulsione se qualcuno si permette di votare liberamente? D'altro canto è inutile continuare a tergiversare, quando la situazione è chiara agli occhi di tutti: non ci si può fare ingannare da alcuni specchietti per le allodole, scelti tra ex popolari come Rosy Bindi e Enrico Letta. Proprio Letta, devo dire la verità, mi ha molto deluso. Qualche giorno fa ho finito di leggere il suo ultimo libro, "Costruire una Cattedrale". Bello, molto bello, intenso, forte, realista. Una sola cosa non ho capito: ma me lo spiegate che senso ha scrivere centinaia di pagine sulla necessità di costruire un Centro forte che possa allearsi con una nuova Sinistra non a trazione dipietrista, perché l'elettorato è tripolare e non bipolare e poi accontentarsi di fare il secondo di Pier Lenin Bersani? Certo, ammetto che probabilmente una parte di responsabilità forse ce l'abbiamo anche noi dell'Udc, che non siamo riusciti a offrire una garanzia di futuro concreto al giovane Letta, ma ora che il nostro progetto si è dimostrato stabile e destinato a crescere ancora, spero che ci ripensi, visto che il nostro nuovo partito ha bisogno di gente e di intelligenze come lui. Anche perché mi sa che l'unica alternativa concreta al berlusconismo possa venire da noi e dal nostro progetto di ragionevolezza e coraggio. Perché come ripeteva il grande Alcide De Gasperi "solo se uniti saremo forti, solo se forti saremo liberi".
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Il nostro 2 dicembre
Sono già passati tre anni da quella splendida serata. Sono già passati tre anni da quando l'Udc comprese che era davvero giunto il momento di smettere di essere solo un'appendice del centrodestra e diventare veramente un partito di centro. Sono già passati tre anni. Eppure sembra solo ieri. Questi 1080 giorni trascorsi sono stati i più difficili, i più impegnativi e i più belli e importanti della nostra storia: quella sera, dal palco del Palasport di Palermo, Pierferdinando Casini disse chiaramente che il Centrodestra aveva fallito nella stessa misura in cui stava miseramente fallendo il Centrosinistra: "la Casa delle Libertà non ha più senso. Il suo ritualismo fa parte del passato e non di una prospettiva presente". Parole di una straordinaria attualità se si considera che ora le sentiamo sulla bocca del presidente della Camera, Gianfranco Fini, che però quel 2 dicembre era a un'altra manifestazione, quella di piazza San Giovanni, la piazza dei parrucconi. Dicevo che questi sono stati tempi difficili, difficilissimi per il nostro partito: le elezioni politiche del 2008 sembravano dover essere l'inizio della fine per il nostro sogno di poter costruire una grande forza moderata, centrista, popolare e liberaldemocratica. Sembravamo essere destinati a essere stritolati dalla morsa bipartitica del Pd e del Pdl, i due grandi partiti di creta senz'anima. E invece, solo un'anno e mezzo dopo, cosa è successo? Dal Pd è uscito Francesco Rutelli, uno dei suoi padri fondatori, che con la sua Alleanza per l'Italia si appresta a confluire nel nostro progetto; Gianfranco Fini, altro cofondatore del Pdl, è su distanze sempre più nette dal suo stesso partito e presto, probabilmente, si unirà a noi e al nostro sogno di costruire una Kadima italiana che possa essere un elemento di normalizzazione politica e sociale, che archivi la ormai logora Seconda Repubblica e apra finalmente le porte alla Terza Repubblica. In tre anni, dal 2006 al 2009, abbiamo fatto più cose che in dodici, dal 1994 al 2006. Senza rendercene conto, anche lo stesso Dna del nostro partito è mutato profondamente: la base elettorale si è rinnovata e negli ultimi giorni sta crescendo esponenzialmente. Tutti i politologi migliori e i sondaggisti più affidabili sono concordi nell'affermare che l'area di centro (Udc+Api) viaggia stabilmente sopra il 10 per cento. Ma ora il tempo delle parole, degli avvicinamenti tattici, delle strategie a lungo termine è finito. Il nostro nuovo partito non deve ereditare il blocco del voto moderato da nessuno: se lo deve conquistare con i denti, fino all'ultimo residuo di percentuale. In questi 15 mesi abbiamo scelto, giustamente, di imboccare la strada rischiosa della coerenza e del coraggio: non buttiamo tutto in aria proprio adesso. Adesso tocca a Casini farci sognare di nuovo. Come ha già fatto durante quella meravigliosa notte.
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