Etica - La verità che corrisponde all’Uomo.
Il pensiero dei Giovani UDC di Cremona, tratto da Noipress.it
Qual è il fulcro o la chiave di lettura dell’attuale disagio umano?

Il dibattito Etico e Bio-Etico, cioè sull’etica della vita, è invaso da questo male. Un tira e molla ideologico e un susseguirsi di casi esasperati rende spesso più forti i dubbi di un opinione pubblica sbiadita e svogliata. L’attuale dibattito sul testamento biologico è una vera cartina tornasole che riprova quali sono i metodi e le strategie di questa corrente post-illuminista.
La loro sete disgregatrice non si placa nemmeno di fronte a dei casi umani, anzi gli stessi vengono elevati a bandiera di partiti e associazioni. Prima Piergiorgio Welby, ora Giovanni Nuvoli vengono dipinti come cavalieri nella battaglia pro-eutanasia. Premesso che è personalmente non-immaginabile il dolore e la disperazione da loro provata, sono convinto che queste posizioni siano l’estremizzazione di una umana impotenza. Impotenza che è verità tangibile per l’uomo e ancor di più per l’uomo afflitto da una malattia o da un disagio. Tornando all’etica, siamo consapevoli che alla base di questa c’è una domanda: quale libertà e quali limiti porre alle scienze, a partire dall’uomo.
Premesso ciò la posizione è chiara, l’uomo ha la priorità, è al vertice della creazione e a lui è stata donata la capacità e la libertà di evolvere la creazione stessa. Nella nostra riflessione sull’etica della vita la consapevolezza di questo dono non può essere accantonata per delle logiche di profitto, non siamo dei materialisti o degli scientisti e questo perché siamo sinceri di fronte alla realtà.
La domanda che deve muoverci allora e questa: "chi è l’uomo". Senza il riconoscimento di cosa è l’uomo, di che cosa lo costituisce, di quali sono i suoi bisogni costitutivi, originari, non è possibile "individuare" un’etica, né tantomeno una bio-etica.
L’eterogeneità di "concezioni bioetiche", che sono sorte nei nostri tempi da diverse correnti di pensiero, generano un equivoco Bioetico; per noi è veramente difficile in queste condizioni riconoscere il vero, ciò che è utile o che distrugge, quello che costruisce o fa crollare una vita, una convivenza civile, una civiltà. Infatti comunemente, con l’ausilio di "esperti", si tenta di elaborare regole, che prescindono però dal dato originario e fondante, cioè da "chi è l’uomo".
I casi Welby e Nuvoli hanno creato dei precedenti forti. Welby è stato fatto morire e l’assoluzione di Riccio è stata ritenuta "una conclusione logica". Da qui molti tenteranno di concretizzare una nuova etica - quella fondata e riconosciuta dal diritto per cui "il magistrato crea il nuovo diritto" e "non è omicidio staccare la spina" e al riconoscimento del principio di autodeterminazione del paziente tout court. Nuvoli si è lasciato morire e la sua morte ha scatenato la polemica sulla modalità più o meno consone della stessa.
L’esito di questi fatti è che serve una legge, che altri, parenti di pazienti in stato vegetativo e disabili coscienti, chiedono di poter finire come Welby e che infine il Ministro Turco indagherà su come si muore negli ospedali italiani. Così la crudele forza relativista naviga a vele spiegate. A noi stà la possibilità e la responsabilità di favorire una cultura della vita. Non stancarci di affermare e credere che si possa trovare dignità anche nelle sofferenze. Per questo chiediamo alle autorità di predisporre fondi e strutture che favoriscano l’accompagnamento dei malati terminali, cure palliative e terapie del dolore, un’alleanza medico-paziente, umanità e amore, il tutto sostenuto da un sistema efficiente, certamente costoso, ma sicuramente più corrispondente alle reali esigenze e domande del paziente, dell’uomo.
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